giovedì 14 settembre 2017

Come un cane curioso



Come un cane curioso
inclino il muso
non mi fido più
delle parole
preferisco l'odore
di ciò che deperisce
dentro
anche se a guardarlo pare intatto
anche se tutti parliamo
ho perso il contatto
intossicata
da questo veleno sottile:
preferisco desistere
ritirarmi a più miti consigli
piuttosto che soffocare tra questi grovigli,
anche se l'affermazione dell'IO
è inutile
come una parabolica sul campanile
per parlare con Dio.

mercoledì 23 agosto 2017

Una finestra buia



Una finestra buia
non spenta
affacciata su sere ineguagliabili
silloge inesauribile
storia continua
continuo racconto
replica mutagena
di fenomeni e sentimenti.

Sono io finestra
affaccio
colore
luce o mancanza di luce
muto o urlante punto di osservazione.

Sono io fuga ideale
coraggio muto e voce pavida:
una mano che trema in una mano ferma.

martedì 22 agosto 2017

Spiccare il volo



Abbandonare parte di te
ed abbandonarti alla tenerezza astratta
con occhi socchiusi
e poi riaperti piano, arresi alla luce
al conforto potente della natura
alle forme armoniche tutt'intorno
come un ritorno
un affiorare morbido
tra flutti materni
e petali.

Meno alto dell'erba il primo respiro,
meno fresco ma più longevo
sale sospinto dalla termica estiva
in un'aria di vaghi rumori
accarezzando tutto
facendosi anch'esso aria tra le punte degli alberi,
facendosi frinire di insetti
e garrule risa di rondini
ed occhi che osservano, non visti.

Da ogni altezza ti puoi elevare
da ogni fosso di terra umida puoi
spiccare il volo.




martedì 2 maggio 2017

LE LUSINGHE DEI MIEI DESIDERI


Sarei anche tentata di cedere
alle lusinghe dei miei desideri
a questa finta pace assicurata
dai premi menzonieri
che certamente mi stupisco
della mia povertà.

A cosa servono i rituali
e le comunità
se il tempo ci sussurra
che siamo spacciati

A cosa serve il volo dell'uccello
se in aria non c'è niente...

Sarei disposta a disegnare
decisi contorni del mio vuoto
e i vari piani del mio volto cubista
direi la verità
se la capissi fino in fondo
o se fossi artista.

Ancora mi domando e mi domando
e mi rispondo qualsiasi cosa serva
a creare dispositivi omeostatici frementi
e battiti, e vita.





mercoledì 15 febbraio 2017

Morten del Bosco



   Fuori dalle coperte solo naso, occhi e capelli scarmigliati.
Era bello la domenica mattina restare stesi lì a combattere tra la voglia di fumare e la tentazione di restare sotto le coperte.
   Nel silenzio, Morten poteva udire il fluire dei rigagnoli sanguigni che formavano la mappa vascolare del suo corpo. O così immaginava, percorrendo ad occhi chiusi ogni capillare ed ogni flusso venoso, ogni palpitante snodo arterioso, guidato dalle macchie di colore che esplodevano dietro le sue palpebre abbassate sugli occhi come un pigro, oscuro sipario.
   Era capace di restare così per delle ore, fantasticando pigramente, giurando a se stesso che ogni minuto fosse quello buono per alzarsi, e decidendo che forse il migliore di questi è sempre il successivo.
La stagione estiva volgeva al termine e sempre meno uccelli si affollavano in volo tra gli alberi ad annunciare l'alba.
   Era il segnale che le giornate si sarebbero presto accorciate drasticamente, in favore di serate sempre più fresche e scure.
Amava quel passaggio intriso di vaghe malinconie.
Troppo facile: la natura lentamente muore, o va in letargo, e così si occasiona quel piccolo straziante lutto dell'umore che stila bilanci, che si domanda quali saranno i prossimi avvenimenti di stagione, che cerca modi di sopravvivere alla mancanza sempre più consistente di ore di sole.
   Morten viveva solo. Da sempre, o da quando aveva memoria di sé.
Ogni mattina si muoveva lento tra le mura di casa secondo precisi rituali.
Era un uomo mite. Così appariva a tutti e così gli sembrava proprio di essere.
   Era anche un uomo molto affascinante: la sua stazza incuteva insieme ammirazione e rispetto, assicurandogli che più o meno tutti si tenessero ad una distanza sufficiente. Sufficiente a che -per la verità- lo stava ancora scoprendo, poco alla volta, vivendo.
   Una cosa era evidente, non stava volentieri in mezzo alla gente se non per le incombenze più urgenti ed inevitabili, quali le compere e le ore di lavoro.
Per suo diletto lavorava quasi in solitaria, spaccava legna per ore dal mattino presto, infaticabile all'apparenza. Solo al momento dello scarico doveva ovviamente rapportarsi ad altri.
   Amava i boschi, il silenzio, la natura.


   Quello era un mattino come tanti, e siccome era anche domenica, Morten una volta alzato si godeva una sigaretta alla finestra, sorreggendo il mento col palmo della mano ed appoggiando i gomiti al davanzale, osservando attorno coi grandi occhi chiari e grigiastri socchiusi.
Le incredibili striature dorate, in tutto quel vorticare di grigi che erano le sue iridi, gli conferivano uno sguardo profondo; il taglio obliquo degli occhi lo faceva sembrare un grosso felino meditabondo.
Il caffè borbottava colando già da un po' e lui si beava di quel "far niente".
Riordinato perfettamente il letto, si spostava appena fuori di casa su un tavolo di pietra e sedutosi ben eretto sorseggiava il caffè con fare quasi solenne, annusando l'aria.
Era l'unico a vivere sul limitare del bosco; il resto della comunità era arroccato più in alto o per la maggiorparte più a valle, a formare una piccola cittadina tranquilla.
Quella posizione era ideale per il suo lavoro e per assecondare il suo carattere schivo e riservato.
 
     Morten era apprezzato da tutti per la gran mole di lavoro che era solito svolgere, e perché non si era mai lagnato e mai aveva causato disturbo a qualcuno. Mai una sbavatura in anni di vita solitaria.
Unico argomento della gente a valle era semmai il mistero solleticante di un'esistenza solitaria, taciturna ed al contempo chiara e limpida come l'acqua del torrente.
    Morten era ben educato, pagava tutti i conti, salutava rispettosamente chiunque incrociasse, lavorava sodo, non imprecava, non correva dietro alle gonne, non faceva risse nei ritrovi. Tutte virtù che stimolano semmai gli altri a cercare la crepa, il punto debole, la macchia in tanta apparente normalità.

La macchia, però, non c'è.
Io ho conosciuto Morten ed in fede mia credo non esista un uomo più semplice e trasparente, onesto e mite di lui.
Leale, generoso all'occorrenza. Non ha mai fatto torti a nessuno e non ha debiti di nessun genere. Non ricco, vive con una dignità luminosa.
Morten in vita sua ha amato una donna, ed un uomo.
   La donna era una sua coetanea, di cui da ragazzo si era perdutamente innamorato ma che era in procinto di sposarsi con un altro per volontà dei genitori.
Lo sposo promesso era un buon partito, e non ci fu modo di risolvere la questione. Purtroppo si seppe in seguito che due anni dopo, ancora giovanissima, la donna si avvelenò per la disperata consapevolezza di non poter vivere senza Morten e per le frustrazioni di quel matrimonio di interesse a cui era stata piegata dai genitori.
    Sono in molti a sostenere che Morten da allora non fu più lo stesso. Lasciò la famiglia per vivere al confine del grande bosco, dove si isolò in un suo mondo di silenzi e di cupa solitudine, per poi riapparire solo anni dopo, intenzionato a rifornire case  e negozi con la legna e riprendendo una vita solitaria si, ma decisamente più "normale".

   L'altro invece fu un amore più maturo, diciamo, e complesso.
Era un ragazzo ben più giovane, figlio di un commerciante di legna, che andava spesso a scegliere il legname raccolto da Morten per contrattarne l'acquisto.
Furono mesi felici, incontri fugaci, un amore puro e alto.
Era l'unica persona con cui amava passare il suo tempo, condividere il suo caffé.
   Ma non durò, perché il ragazzo crebbe velocemente mentre Morten invecchiava.
Morten sapeva che quel magnifico ragazzo sarebbe volato via presto dal suo nido, per approdare certamente tra le braccia più sicure -anche lui- di un'unione più convenzionale, accettata e conveniente.
   Lo sapeva ed accettava tutto con una tenerezza straziante.

    Se poteste vederlo, certe domeniche mattina, mentre con quegli occhi penetranti osserva il fumo della sigaretta fuggire via da lui, senza dubbio indovinereste a cosa sta pensando.



   
  

martedì 17 gennaio 2017

Le Statue. (l'Uomo in tempo di Pace, l'Uomo in tempo di Guerra)





   Qualcuno di noi ne ha vista probabilmente cadere almeno una.
Dal vivo, oppure in televisione; in qualche notiziaro o in qualche documentario.
  Quando cade una statua in televisione, fateci caso: non si sente mai il fracasso procurato dalla caduta e nonostante la foga, spesso, il monumento non vuole staccarsi dal piedistallo, sorretto da bulloni soffocati e protetti dal cemento armato che forma a sua volta strutture mastodontiche nate proprio per preservare la stabilità negli anni, nei secoli se possibile. Poi puntualmente viene giù e nonostante questo non si ode nessun suono: solo commenti, sottofondi musicali a sottolineare l'atto drammatico.
   Le statue ovviamente non possono venire giù con qualche spallata.
E non è un caso. E' tutto premeditato.
Dal committente all'esecutore e da questo al compiacente adoratore: tutti sognano che l'opera duri in eterno, ad eterna memoria.
Sono piccolissimi tentativi di immortalità, del resto, le statue.
   Alle volte è necessario sparare sulla statua con l'artiglieria pesante e certo: non sarà un lavoro chirurgico ma almeno la statua emergerà dal fumo mozzata all'altezza dei ginocchi, o senza testa, e la sua figura sarà tetra come un cadavere senza sangue, come una vittima che non sente alcun dolore.


   In tempo di pace, una statua è "solo una statua".
Infame per quanto possa essere negli intenti, sta lì e dopo poco non la guardi neanche più.
E' materia morta ma quasi immarcescibile, esposta alle deiezioni di qualche volatile, allo smog, alle intemperie. Tutt'al più qualcuno può sfregiarla con qualche graffito od offenderla pisciando sul piedistallo.
Le offese più efficaci sono osservabili solo sul lungo tempo, e sono quelli inferte dal tempo.
   In tempo di guerra, o meglio non appena ristabilita la pace (o più precisamente ancora la supremazia di una delle parti) partono feroci martellate e le spinte dell'orda imbestialita, assetata di vendetta e di libertà.
Gli oppressori abbattono le statue degli oppressi, che a loro volta sognano di abbattere un giorno quelle dei loro aguzzini, che puntualmente ne ereggono di più massicce, di più alte.
    In tempo di guerra puoi sfregiare la statua dell'oppressore solo in segreto cuor tuo e solo con l'offesa dell'oblio. Se osi odiarla, probabilmente, farà più male a te che a chi l'ha eretta. E certamente nulla potrà fare alla statua.
   Sotto le armi una missione vandalica potrebbe costare la morte, e non tutti sono disposti a perdere la vita per una "cosa senza vita".
   Quando la guerra volge al termine, dicevamo, l'oppresso liberato farà strage di tutto il cemento, il marmo ed il bronzo che potrà, ammazzando una cosa inerte con la stessa ferocia che si riserva ai vivi.


   Ma cosa vive in una statua, tanto da essere percepito come palpitante entità da distruggere?
   Non lo puoi capire se non hai mai odiato, se il tuo volto non è stato schiacciato nel freddo fango da uno stivale nemico, se tutto quello che hai non è stato mai rubato, offeso, stuprato, distrutto.
   Non è solo l'oppressore che distruggi devastando la sua statua eretta a  simbolo, ma colpirai le tue stesse colpe più recondite: l'aver subito, l'aver taciuto, l'aver convissuto col nemico, l'esserne stato lo schiavo, il non essere stato in grado di difenderti per mancanza forza e di coraggio.
E' come per chi è traumatizzato da molestie: il molestato incolpa il più delle volte se stesso -seppur reconditamente- per i torti ricevuti.


   L'Uomo in tempi pacifici nemmeno le vede più, le statue.
Ci passa davanti magari ogni giorno ma non alza più il capo.
Non guarda su e non guarda nemmeno giù verso il suolo su cui si abbattono i suoi passi: guarda invece da qualche parte, verso un "altrove" fatto di immagini sempre riflesse, idealizzazioni premasticate che stanno al ragionamento come l'ATP sta all'energia.
Oggi lo specchietto per allodole che più scintilla è uno schermo.
  L'individuo così non osa più guardare le fonti dirette di realtà. Non conosce queste fonti eppure le teme, non ha più l'ardimento di guardare verso il baratro né l'ambizione necessaria a guardare verso la vetta.
Le sue energie, le sue pulsioni sono rivolte altrove.
   L'agressività del "non oppresso" viene indirizzata sul prossimo suo, al quale si avvicina senza esserne appunto "prossimo" ma solo "vicino in senso fisico" quanto basta per spiarlo, per rivolgergli critiche. Un confronto che non costruisce nulla se non statue immaginarie che valgono quanto un trofeo rubato.
Statue immaginarie ed impalpabili, né calde né fredde che ad un certo punto -non avendo volto- sono indistinguibili fra loro.

   L'Uomo in guerra diventa una bestia che vive di paure, di istinti, di bisogni primari. Questi istinti però, vengono accompagnati da strategie, da esercizi di ingegno -Ragione vera e propria- il cui principio attivo serve a salvarsi la pelle.
Oggi, in tempo di pace (per altro relativa) l'Uomo regredisce e si risolve in un bambino che della purezza e dell'incanto infantile non ha più nulla; è l'espressione più cupa dell'immaturità: un essere incompleto che si specchia in una realtà distante dalla sua credendola vicina, al poco edificante scopo non tanto di imparare, quanto di rassicurare se stesso giudicando gli altri.
   Attraverso il confronto indiretto fatto "per immagini" ed attraverso il giudizio compulsivo questo bambino si allontana dall'essere empatico sghignazzando orrendamente, condannandosi all'analfabetismo emozionale, alla povertà di spirito, alla solitudine.
Compaiono vaghezza, deficit emozionale, agressività iconsulta, dipendenza multisostanziale, codardia, vampirismo energetico, nevrosi, psicosi in quantità crescente.
L'agire e l'apparente ardimento di questa creatura non sono tali, sono bensì segnali di inconsapevole disperazione; il suo agire è violento, diluito, somministrato senza apparenti emozioni e privo di quella nobiltà che alla violenza si può attibuire quando si rende necessaria alla sopravvivenza.
   La violenza degli animali per esempio, lo sappiamo, non ha fini che non siano la protezione della prole o del territorio, l'approvigionamento di cibo e le logiche riproduttive per il mantenimento della razza.
La violenza animale è praticamente tesa a proteggere l'animale stesso.
Quella dell'Uomo ormai ha l'effetto contrario.
Sembra ovvio, si, tuttavia è un fenomeno molto molto complesso, intricato ed interessante.

   Negli anni s'è molto discusso di quali siano le dinamiche che portano le moltitudini, dopo un periodo di subita oppressione, a scagliarsi ferocemente contro singoli corpi senza passare da un tribunale, o contro statue inerti con l'intento di distruggerle per distruggere quello che rappresentano.
   Appena liberati liberano rabbia, frustrazione e vendetta facendo scempio di statue, vestigia, simboli del potere appena sconfitto, infierendo sui cadaveri dei vinti, per restituire loro almeno parzialmente l'umiliazione subita.
Fossero anche due ore contro vent'anni, si! Forse perché ciclicamente deve esserci un serbatoio in cui sversare i liquami nefasti essudati dall'oppressione, dalla frustrazione, dalla violenza.
Del resto lo dicevano i saggi: la violenza chiama violenza. E i dittatori sono portati per la loro stessa natura ad andare in contro alla fine del loro impero e, quasi sempre, a morire per mano dell'oppresso.


   Quali sono, allora, le statue dell'Uomo in tempo di pace?
Quali i simboli che verranno inesorabilmente scempiati?
Innanzitutto le statue dell'Uomo in tempo di pace non sono di bronzo, né di marmo né di alcun materiale solido e tangibile.
Sono inconsistenti. Sono percepite più o meno coscientemente da tutti e perciò possiamo dire che -pur non essendo in nessun luogo- sono ovunque: in qualsiasi testa, in qualsiasi cultura, in qualsiasi tempo.
    Le statue dell'Uomo in tempo di pace sono l'essenza dell'Uomo stesso, se vogliamo, ma è un'essenza priva di consistenza.
(per "consistenza" si intenda qui la tangibilità fisica o ideale derivata dall'esperienza)
Queste statue sono l'intimo inenarrabile, sono il ventre molle, sono il sentimento inespresso, anelato senza soluzione di continuità, struggente e nascosto in profondità dell'uomo contemporaneo, o per lo meno della sua percezione di sé stesso e del mondo. Sono erette in fondo ad un bacino sommerso e non le vediamo, adagiate su fondali torbidi che in genere si preferisce non smuovere: impedirebbero la vista e qualsiasi orientamento e dunque fanno paura.

   Torniamo per un attimo al bambino immaturo ed ineducato di cui parlavamo poc'anzi: costui ha solo un modo -data la sua ineducazione quando non maleducazione- per abbattere le statue, per negare a sé stesso ed agli altri le proprie paure, le proprie fragilità e la propria ignoranza: ed è scagliarsi brutalmente contro di esse, ma senza sporcarsi le mani. Una statua immaterica non può sporcare le mani!
Senza macchia non c'è ricordo, senza ricordo non c'è rimorso.
Niente funi, niente colpi di cannone, niente baionette.
Nessun coraggio di smuovere il fango. Non nel proprio fondale.
E' tutto nella testa, nella mostruosa mollezza dell'Assenza.
Possiamo rivolgere lo sguardo verso altri, per evitare di posarlo su noi stessi, e terribili punizioni riseviamo -e brutalità!- a chi abbiamo scelto di purgare.
Si tratta di mettere distanza tra noi e gli altri, negando la nostra stessa natura gregaria, si tratta di un laido patetico e pericoloso tentativo di "scrollarsi la merda dagli stivali".
   La grande Assenza è fatta di più assenze a formarne una sola, talmente vasta da non essere più colmabile, perché diventa più profonda col passare delle generazioni e quest'ultime non dispongono di strumenti per arrestare il fenomeno.

 Di cosa consta esattamente quest'agglomerato di assenze è difficile dirlo, occorrerebbe una ben più minuziosa ed impegnativa analisi e molte molte riflessioni.
Le assenze che colpiscono più diffusamente, con potenza virale e lasciandomi più avvilita e disperata sono, per citarne alcune:
    -L'Assenza di spiritualità, che ci farà ragionare in senso orrizontale: con viscere non più in normale peristalsi vitale, ma in un groviglio di stenosi generate dalla frustrazione e dall'ignoranza.
Tutto attorno il nulla. Nulla che possa essere un'ascensione, e nemmeno una rovinosa educativa discesa, ma solo una bassoventrale orizzontale e sterile stasi acritica.
   - La grande Assenza di Educazione ai Sentimenti, che ci farà ragionare in termini esclusivamente masturbatori e sociopatici, termini da trangugiare compulsivamente tutti insieme indistintamente fino a non sentire più gusto alcuno. Proprio come i sette colori, che in sequenza rotatoria veloce alla fine appaiono solo come unico Bianco.
   -La grande Assenza di Cultura che ci lascerà enormi falle impossibili da riempire, e le nostre navi imbarcheranno inevitabilmente acqua, anche con mare calmo o se incagliati in una secca ed addirittura in assenza totale di acqua.


   L'Assenza è un vuoto che urla disperato, ma le cui urla non si sentono. Ricordate? Come l'audio dei documentari quando venivano giù le statue.
   Se potessimo udire lo schianto del bronzo, le lamine che si strappano, o parimenti il suono di questo vuoto lasciato dall'Assenza, sentiremmo l'urlo agghiacciante ma in fondo molto umano del contorcimento del metallo, lo stridore, il clangore assordante che riempe di orrore, che assorda e stordisce.
Tutti suoni che si inciderebbero inevitabilmente da qualche parte nella memoria:
come il suono di una crepa nella terra, del ruggito sordo prima del terremoto, del ventrale contorcimento della lama che si squarcia, dell'esplosione che dilania il materiale più duro.
    Invece no, niente.
Solo immagini a raffica come quelle dei film muti con di tanto in tanto dei sottotitoli, dei commenti di altri che facciamo nostri per mollezza, per riempire un vuoto, o che ignoriamo del tutto, o che leggiamo senza mai capire veramente.
Al massimo percepiamo uno strano brusio indistinto, il ronzio di miliardi di noi che si muovono tutti insieme, il lontano risciacquare del sangue di tutti che scorre all'interno o al di fuori di milioni di miliardi di vene.
Il volume delle nostre attività è sempre più alto, sovrapposto, ed il suono risulta distorto quando non cacofonico, perché tutti questi suoni provenienti da dentro non possano raggiungerci.
Preferiamo un allucinante Larsen, che dopo un po' non sentiamo più (proprio come le statue della nostra piazza che non guardiamo più).
   I suoni reali, talvolta delicati, talvolta laceranti creerebbero sospetto, genererebbero ricerca, poi magari addirittura comprensione...e questo riempirebbe il vuoto lasciato dall'Assenza, ma è una sfida che l'uomo contemporaneo pare rifuggire così come rifugge la morte. Non lo si vuole ammettere ma la Verità è LA paura, quella che dura un'intera vita.


   Oggi si abbattono più che mai statue ed a torto o a ragione ci si sente "in tempo di pace".
Sono proprio le statue di cui accennavamo prima: non le vedi e sono ovunque. Come antichi totem in evoluzione: evanescenti e tuttavia impiantate saldamente in profondità. Sono lì vigili sotto spoglie ingannatorie, ed esercitano spinte indicibili, indecenti, invincibili perché seducenti come la libertà, ma essendo il contrario della libertà. Pulsioni travestite, qualcosa che ti spinge verso il baratro promettendoti che dopo il salto ci sarà il paradiso.
    Questa loro inconsistenza le rende in apparenza fonte di vita, ed in realtà sono letale fonte di distruzione. Silenziosa. Subdola.
    E' come il vuoto spinto in spazi ristretti: c'è un limite alla sua pressione. Il vuoto può esplodere ed implodere. Il vuoto non lo vedi ma c'è.
    Le statue dell'Uomo in tempo di pace sono allora totem antichi in evoluzione; ci ritroviamo oggi con queste vestigia colpite, in via di distruzione:
Il SESSO declinato, deprivato, sublimato, sopravvalutato o sottovalutato, travestito, travisato, tramortito.
    La DONNA: nostra madre e madre di tutte le madri, che è per forza nostra sorella, nostra figlia. La sua immane potenza -del tutto naturale- dovrebbe essere ormai assunta come Principio immanente ed invece la ritroviamo variamente attaccata su tutti i fronti, offesa e villipesa, violentata, sfruttata, umiliata e colpita con una viltà spiazzante, anche da sé stessa o da individui del suo stesso genere.
    E troviamo l'UOMO in una disperata trasformazione in qualcosa di informe e privo di spina dorsale. Forte coi deboli, esistente solo in gruppo. Una delirante mutazione fatta salendo scale mobili che corrono in senso contrario, inseguendo ombre o luccichii che fanno fare quattro scalini alla volta, sbavando -sempre immobili- nel tentativo di mutare aspetto, potere, genere e natura.
   Non dunque una graduale ascesa, ma un'orrizzontale affannosa ridicola immobilità (appena smette di dare falcate per prendere fiato, inizia per altro la discesa, il degrado).
    E poi troviamo la FAMIGLIA ormai delegittimata, depauperata, distrutta dall'interno. Vissuta solo come dovere, privazione di spazi individuali, astio, frustrazione, forzatura; anche una famiglia di sole due persone diventa una mera convivenza temporanea i cui i corpi sembrano voler ciascuno occupare tutto lo spazio disponibile, sbuffando e scalciando per la presenza dell'Altro.
In due ci si sente troppi, da soli si soffre la solitudine: grottesca meschinità senza fine.
La famiglia dovrebbe essere una casa che accoglie e raccoglie, le cui porte sono aperte come invito, le cui mura sono sostegno presente e futuro, il cui tetto ripara tutti.
Invece è ridotta ad una casa senza porte, nella quale non sembriamo più essere capaci nemmeno di entrare. Abbiamo perso l'indirizzo e le chiavi.
La casa va costruita, guadagnata, sudata, progettata: tutte capacità che si stanno estinguendo.
   Concludendo: in tempo di pace l'Uomo non abbatte più statue in preda a grandi, uniche, istintive fiammate di violenza liberatoria, bensì è occupato in ogni ora, ogni minuto ed ogni istante ad abbattere se stesso.
   Sarà dunque l'estinzione delle nostre qualità (per nostra stessa opera e forse natura) ad estinguerci.

martedì 25 ottobre 2016

Nessuno ti conosce



   La tua faccia, la tua faccia, tutti parlano di quella. 
Me la ricordo bene la tua faccia. L'ho vista da vicino, così da vicino da respirarla e trattenerla per sempre.
Non potrei dimenticarla nemmeno volendo.
Dormivi con la bocca appena socchiusa ed il tuo volto era disteso, apollineo.
   Ancora oggi ricordo di aver pensato a come fossero infinitamente belli i tuoi lineamenti, belli in senso classico. Ad esclusione del fatto di avere l'occhio destro sensibilmente più ampio del sinistro, il resto del volto era proporzionato, simmetrico ed elegante.
Non potevo credere che tu avessi preso tutti quei pugni riuscendo a mantenere un volto simile.
  E quelle labbra socchiuse. Non potrei dimenticare neppure quelle.
Ma era al tuo risveglio, quando aprivi gli occhi, stropicciandoli con la base del palmo e poi mi guardavi con un delicatissimo ghigno assonnato, che si svelavano i veri gioielli della tua bellezza, incastonati in quel volto bellissimo.
   La tua voce al mattino era calma, bassissima e rauca per le troppe sigarette: "Che ore sono?" "Non ho voglia di uscire, chiamiamo per la colazione?" "Vieni qui...più vicino...più vicino, fammi vedere ancora quelle cicatrici"...ricordo queste, in particolare, tra le tue parole.
Stavamo faccia a faccia, sdraiati su un fianco e tu precorrevi la linea della mia spalla con la punta del dito medio. Avanti e indietro.
    Mi impressionavano le tue mani. Erano forti, con le nocche spesse e sporgenti, ed avevano l'aspetto arrossato che hanno le mani di chi non dorme da anni. Le unghie erano quello che delle tue mani più mi incuriosiva, repellendomi ed attraendomi al tempo stesso. Unghie così le avevo viste solo sulle mani di uomini molto vissuti: vecchi fabbri, clochards ubriachi, contadini di mezza età.

   Il caso ci unì per due soli giorni, per qualche manciata di ore: due sconosciuti con molte cicatrici.
Eri in Francia per una promozione; scendesti da un taxi con un altro uomo mentre io -sul marciapiedi- aspettavo di salire, con un borsone in mano.
L'uomo che era con te scese per primo guardandosi attorno circospetto, io aspettavo di salire in vettura per andare alla Gare Du Lyon.
    Poi scendesti tu, ed il mio programma andò a farsi benedire.
Una volta giù dall'auto mi fissasti per un istante, ed io fissai te, fingendo indifferenza.
La portiera che stavi per richiudere la mantenesti aperta e con un gesto teatrale dicesti un: "et voilà" col tuo divertente accento Yankee.
   Mi venne da ridere e risposi "Mercì" incredula ed imbarazzata.
Invece di richiudere la portiera, montasti a fianco a me mentre l'altro uomo imprecava gesticolando. Allungasti un centone al tassista, che partì senza chiedere nulla lasciando l'altro poveretto sul ciglio della strada attonito.
   Ridevi come un pazzo, ghignavi, tossivi, imprecavi ed eri molto ubriaco.


   Ancora oggi sorrido del fatto di non essermi affatto preoccupata.
Sapevo chi tu fossi e non avevo paura: ero solo emozionata, divertita.
Sono sempre stata sicura di me, e non so come, sentivo che non ero in pericolo.
Con la testa appoggiata sulla mia spalla ancora sbottavi in risate profonde, che sapevano di sigarette e bourbon.
"Where do we go now?"
"Do you mind?" ti chiesi.
"Nope! You choose..."

   Entrammo, io avvolta nel tuo abbraccio, tu in un soprabito stropicciato e bellissimo, col mio borsone e con un berretto calato fino agli occhi. Il tuo bagaglio ce l'aveva il tizio che avevi abbandonato in mezzo alla strada.
Tuffato sul letto a faccia sotto, non ti svegliasti che la mattina dopo.
Io cercai invano di prendere sonno nel letto accanto.
   Per fortuna la concierge non fece questioni né troppo rumore, ero uscita di lì solo il mattino prima, avevamo parlato di collants e si ricordava di me dunque passò volentieri sopra le pratiche di registrazione, esaltata di averti come ospite.
 
   Mi vantasti le tue origini francesi e quella città ti piaceva, ma non uscimmo per due giorni, fatta salva una mezz'ora in cui scesi in strada io, mentre dormivi, lasciandoti un biglietto sul comodino.
La lista della spesa di due sconosciuti: due pains cottissimi, formaggio, prosciutto e rillette, 4 bottiglie di rosè ed una di Bourbon, pane con l'uvetta e sigarette.
   Non parlammo di cose importanti. Niente convenevoli.
Mancava la gravità in quella stanza. Era un'astronave parcheggiata nel sesto arrondisement.
Confessai di non avere più soldi a parte quelli per il ritorno, avevo pagato tutto io, e questa cosa ti faceva ridere.
Ogni tanto non ti capivo, e tu non capivi me.


    La sera arrivò dopo qualche sigaretta, e tu mi dicesti: "Mi piaci perché parli poco". E ti avvvicinasti.
Ti avvicinasti per un lasso di tempo che mi parve lento e fatato.
Una tua mano sul mio viso per qualche istante.
Ci baciammo, piano, piano.
Io ti spinsi via, credo troppo poco convintamente, e tu dicesti sotto voce: "E' tutto ok, tutto ok..."
   Poi fu quasi silenzio, quasi irrealtà.
Ebbi il tempo di ammirare la tua vitalità, e quei gesti trattenuti che tradivano una rabbia mai sazia. La tua testa selvaggiamente scarmigliata, la barba incolta. Il petto ampio, nell'insieme un regale tesoro, ora lì davanti a me abbandonato come uno straccio, lontano da tutti.
Eri bellissimo. Bellissimo e fragile. Eri l'incarnazione del Re Nudo.
   Ricordo i piccoli, minuscoli sfregi sulle tue guance: minuscole cicatrici lasciate dai pugni che non avevo mai visto prima: ora, da vicino, le vedevo bene. Le baciai, mentre tu mi guardavi, senza dire una parola. Mentre le baciavo sentivo che, in realtà, erano ancora aperte.
I tuoi occhi erano un fuoco scuro, profondo, che ardeva seducente e triste.
"Nessuno ti conosce" -ti sussurrai ad un orecchio- e tu ti addormentasti mentre ti accarezzavo piano la fronte.


  Il mattino seguente eri seduto sul bordo del letto, con la testa tra le mani, gli occhi rivolti al pavimento, perso in chissà quale pensiero. 
Eri sobrio, e smarrito. Occhi arrossati, occhiaie, ed il tuo modo particolare di camminare, grattandoti la nuca, con i piedi leggermente rivolti all'interno come i bambini. Uscimmo sul balcone per un'altra sigaretta, senza dire una parola.
Fissavamo le gocce di condensa penzolanti dalla gronda del pluviale.
Sapevo che era già finita.
Fa male lasciarsi, ma è molto meglio, specie quando capisci che sei ancora in tempo prima di perderti.
   Nonostante gli almeno venti anni di differenza, nonostante tu fossi tu -e nonostante tu fossi uno stronzo imprevedibile- avrei finito magari per innamorarmi delle tue ombre e di quegli occhi così incredibili.
Meglio andare via.
Per questo e per altro ci salutammo, dopo un paio di telefonate mandarono un'auto a prenderti.

  Sono passati parecchi anni e -non so bene perché-  non ho mai raccontato a nessuno di quei due giorni. Forse perché sono stati puro incantesimo ed avevo paura che pronunciando queste parole tutto potesse svanire. Oppure, più probabilmente, per rispetto e perché sono gelosa di questo magnificente ricordo.
Ogni tanto ripensando a te ho avuto come un ritorno di grande malinconia, come un vero e proprio mal d'Africa fatto ormai solo di lontani ricordi.
So che ne hai passate tante e che con ogni probabilità non ti ricordi più di me e del tempo passato all'Oscar Wilde.
   Ho pensato a te di recente, sola in un altro pittoresco albergo qui vicino a dove abito, dove mi sono ritirata a pensare.
L'asciugacapelli era a forma di Colt e mi sono ricordata della nostra infantile schermaglia con le mani a forma di pistola. La pace fatta col Jim Beam, i silenzi, tu che accendi una sigaretta e me la passi.
   Ho pensato alla forma delle tue mani, che hanno qualcosa di diabolico e di fragile insieme. Ho pensato a quanto di dolce in realtà sia nascosto dietro il sipario del tuo personaggio e di quanto seducente e commovente sia, questa tua autentica dolcezza. Ti ho pensato ogni volta che hai fatto qualcosa di nuovo, in tutti questi anni.
Soprattutto ho pensato a te tutte le volte che ti ho visto cambiare, vedendo svanire a poco a poco ogni linea del tuo volto, interrogandomi sulle tue strane e sconvenienti scelte di vita.
   Quante feroci critiche hanno per te, quanto sarcasmo impietoso.
Non sono chi per stabilire se tu meriti tutto questo.
So che ci sei abituato, ma non immune: tu sempre eccessivo, smarrito, meravigliosamente espressivo nonostante tutto.
Senza la tua intima intensità tutto questo sarebbe stato impossibile intravederlo, se non andando oltre le apparenze.
Chi ride di te oggi cosa ne sa di cosa porti e sopporti dentro!
   Che ne sanno di quanta voglia di vivere hai incredibilmente trattenuto coi denti, per tutti questi anni: i denti li hai alla fine persi, ma sei vivo!
Sei uno che ha giocato e gioca se stesso, il più delle volte perdi per ko, ma ne dai sempre tante e stai ancora in piedi, bene o male.
Ammiro di te che almeno, a differenza di molti, tu ci abbia rimesso, con una sorta di contorta, perversa onestà.

   E' vero, sei certamente uno stronzo, con difetti, come tutti.
Ma -non te l'ho mai detto- tu sei stato il primo a commuovermi fino alle lacrime, guardandoti fare il tuo lavoro. Eri tra i migliori e tutti quelli che oggi si prendono gioco di te magari sono gli stessi che io vedo trascinarsi tra avvilenti esistenze, personalità piatte e grandi frustrazioni, gente senza qualità che non sa nulla di cosa veramente vali, di cosa realmente provi.  Loro dicono che sei irriconoscibile.
Io invece so che lì dentro ci sei tu.
Ho sempre pensato che la tua strafottenza, quel famigerato tuo cattivo gusto così esibito e tutto il male che ti sei fatto fossero tutte prove del tuo autentico smarrimento.
   Quanti anni avrai ora: sessanta, sessantacinque? Me lo chiedevo oggi quando mi sei capitato sott'occhio. Ho sfiorato la tua immagine, chiuso gli occhi, e subito sei tornato quello che eri, un meraviglioso Apollo dannato e smarrito, il più affascinante uomo che io abbia mai incrociato sui binari della vita.
Poi gli scambi hanno ululato nel loro clangore metallico e ci siamo persi per sempre.
Però ti penso, con grande affetto, nonostante tutto.
Stanotte -dal mio terrazzo- guardando le gocce che colano da questa grondaia, sussurro ancora: "Nessuno ti conosce".





   



 

mercoledì 19 ottobre 2016

Critiche a Beatrice Vio: la scherma, la Casa Bianca ed Il "Virus PostalMarket"


"E' pandemia!"
   Un Virus molto resistente e mutogeno: l'odio indotto.
 Non è letale per i singoli che ne sono colpiti, ma è fastidiosamente trasmesso  con ogni mezzo ed è altamente tossico per la società.
 L'antidoto c'è, ma lo usano in troppo pochi.
Poi vi parlerò anche di questo Virus, ispirata dalle aspre critiche rivolte a Beatrice Vio, ma ora veniamo ai fatti che la vedono protagonista.

   Ho letto anche e soprattutto molti post orripilati, sorpresi, avviliti da tali critiche.
Mi son fermata a riflettere.
Perché succede questo?
Ha la Vio responsabilità, colpe, difetti che è giusto criticare aspramente?
Chi sta criticando? Chi no?
Perché, quali sono esattamente le critiche mosse e DA COSA sono mosse?
   Ho meditato.

   Una volta si leggevano (poco) i giornali (di destra, di sinistra, di centro, del clero...ciascuno secondo le proprie inclinazioni). Si aspettava cena per poter guardare il telegiornale. Queste erano le due forme più diffuse di informazione "popolare".
   Qualcuno -molto pochi- leggeva libri, si documentava, andava alla ricerca delle verità in prima persona.
S'era distanti anni luce dall'era dei "Socials".
   Chi scriveva:
- letterati, giornalisti (prezzolati e non stavano in tutte le cattegorie) reporters d'assalto, opinionisti accreditati, direttori di testata, scienziati, portavoce.
   Chi leggeva:
-l'imprenditore, l'uomo della strada, l'intellettuale, l'attivista, la casalinga di Voghera, lo studente illuminato, il politico, il ricercatore di mercato...insomma l'insieme della gente "interessata alla propria contemporaneità".
   Oggi le cose sono cambiate molto: SCRIVONO TUTTI qualcosa che potranno LEGGERE TUTTI.
Oggi non solo si può, ma consideriamo che questa sia espressione massima, giusta, nuova e rivoluzionaria di LIBERTA'.

   Premessa generale: mi pare di intendere che intanto, le "forze egemoni" (da svariato tempo lavorano al progetto, perché ne han studiato bene i parametri e comprovato l'incredibile efficacia) hanno trovato il modo di dare alle fenomenologie (tutte) un aspetto tanto evanescente quanto intercambiabile, sovrapponibile. Di ogni certezza c'è la tendenza a sfumare i contorni e per far questo non c'è nulla di meglio di lasciare che tutti possano esercitare L'OPINIONE.
Oggi non si è più solo uomini, ma anche un po' donne; si è si di destra ma progressisti o comunisti conservatori, milanisti con un debole per l'Inter, eterosessuali ma sodomiti, donne ma con le palle, musulmani ad ore, mafiosi ma devoti cattolici, centristi indecisi, atei superstiziosi etc...e VA BENE TUTTO.
   Oggi non essere DEFINITI definisce L'UOMO MODERNO, lo fa sentire libero, non ingabbiato, anche quando questo significhi però l'assenza di ideologia, di morale, di strutture solide (economiche e non).
   Quel che potrebbe essere nero e/o bianco ora è GRAYSCALE, e qualsiasi colore del prisma può variare a seconda della posizione di chi guarda, sicché NESSUNO HA TORTO, NESSUNO HA RAGIONE...e tutti si sentono più vicini, autorevoli, in una parola "LIBERI" ed intoccabili.
   Io credo sia una grandissima, efficacissima MENZOGNA.
 
Per chi non fosse informato sul tenore delle critiche mosse alla Vio, ecco un piccolo riassunto:
  "il tuo vestito fa schifo; pare fatto con le tende di casa; la tua sovraesposizione mediatica è eccessiva e pericolosa; con tutti i geni che abbiamo in Italia proprio tu a quella cena?; ah ma allora fai marchette per Renzi!; perché non hanno portato campioni olimpici gloriosi con una storia più importante della tua?; ma non ti rendi conto che ti strumentalizzano?; credevo che fossi dalla parte della gente come noi; alla fine è un'altra che se la tira sui socials; mentre noi non arriviamo a fine mese; se tu fossi stata normale non ti avrebbero invitata: svegliaaaa!; ma non potevi farti fare il vestito da un sarto italiano, visto che rappresenti il ns Paese? Si vede quanto ci tieni!!!; ma i tuoi genitori si rendono conto che ti mettono in pericolo?; ma allora perché non ci mandano Zanardi?; ma non ti vergogni a sbatterci in faccia i lussi quando l'Italia è in crisi?; il biglietto dell'aereo lo paghiamo noi!"

Di contro leggo anche accorate cose come:
"ma lasciatela stare poverina; non avete pietà per una ragazzina tanto sfortunata!; invidiosi eh?; lei è bellissima anche in un sacco di patate; siete degli animali che si scagliano anche sui disabili fate schifo! etc...etc...

In pratica, l'unica cosa che non ho letto (per una volta) è: "...e i marò?".

Mi sono chiesta: "PERCHE' facciamo così"?
   Siamo convinti che la nostra opinione valga, evidentemente!
Oltretutto, siamo quelli che dietro uno schermo siamo "le Marianne della Rivoluzione", le "Tigri da tastiera", "i Giustizieri H24"...poi se su un tram un maleducato infastidice una signora ci giriamo dall'altra parte: "non si sa mai" e ...ci cachiamo letteralmente sotto.

   Non credo sia un fenomeno nato ora o "dovuto" all'uso di Internet: le pettegole nascoste dietro le tende a spiare i vicini (che poi ti sorridono quando incrociano il tuo sguardo), i pugnalatori di Cesare, i rosiconi ci sono sempre stati.
   E' pur evidente, però, che Internet abbia di fatto amplificato tutto sull'onda della sensazione di potere regalata dalla relativa "lontananza" dall'interlocutore e dal relativo anonimato.

E così, quello che io penso di questa faccenda è che gli "haters" (coloro che criticano aspramente ogni cosa e che se non c'è un motivo per criticare se lo inventano, n.d.r.) loro, criticano COMUQUE E CHIUNQUE...le loro critiche sono rivolte a Belen come alla Merkel, a Berlusconi come a Fo, a Pippo Baudo come a Gino Strada, a Battiato come a Fedez...così...tutto tanto mischiato da sembrare un POLPETTONE che in genere ha il solo scopo -quando va bene- di riciclare roba e quando va male di nascondere merce andata a male mischiandola e speziandola a dovere.

Non facciamoci ingannare: le critiche di costoro non valgono niente.
Criticano tutti e tutto così indistintamente e senza alcun approfondimento o cognizione di causa, che il loro criticare si riduce ad aria fritta a cui non bisogna dar alcun credito. Non vale nemmeno la pena difendersi dalle critiche.
E perché mai? Se han ragione cosa ci difendiamo a fare, e se han torto cosa ci difendiamo a fare? Tanto non lo ammetteranno mai.
Sembrano agguerriti e con uno scopo, in realtà tutto ha poco peso soprattutto per loro.
Certo feriscono, fanno perdere la pazienza pure ai Santi ma...mai prestare il fianco o tentare di redimerli, o giustificarsi.
Le critiche di questo tipo valgono solo in quanto generatrici di un vero e proprio mercato a vantaggio di pochi, valgono come portatrici di subcultura, di confusione e di disagio: terra fertile per gli sciacalli, dunque.

Dare importanza a queste critiche equivale a fargli eco (come sto facendo malauguratamente anche io ora). Forse, una volta arginate, osservate e comprese (anche con un buon senso di autocritica) andrebbero solo archiviate nel fascicolo "cattiveria gratuita, frutto di frustrazione, miserie umane varie ed eventuali".
    Dare importanza a questo scriteriato delirio di onnipotenza alimenta il mostro stesso che le genera.
Dargli importanza è amplificarle, è fargli spazio nelle abitudini alla polemica, lasciare che si infiltrino tanto a fondo da diventare cultura, specie nelle menti giovani.
Facciamocene una ragione: se è vero che se sei bravo fai rodere il culo e TI CRITICANO (figurati: basta anche solo essere belli!) è vero anche che se non sei bravo sei UN PERDENTE, ne consegue che Antoine scrisse negli anni '60 del secolo scorso qualcosa sul quale oggi più che mai ci stiamo ancora penosamente arrovellando.

Ma perché pensate che le riviste ad un euro, quelle di gossip (e strategia politica) rimpinguino le casse dell'Editore? ...Chi pensate che sia il "Supremo Editore" degli Editori? Topolino? Mary Poppins?
Credete siano solo riviste per annoiati spiaggianti, leggère e poco impegnative riviste per ignorantucoli tout-court? Quelle di cui spesso ci si vergogna di confessare la lettura?
NO.
Sono un colpo di genio. Una trovata non solo redditizia nell'immediato, ma straredditizia a lungo termine.
Questo perché nessun altro in Natura ha mai sviluppato le stesse 2 caratteristiche tanto marcate e conniventi dell'Essere Umano: cannibalismo e sodomia. Bisogno di affermare noi stessi attraverso la constatazione del difetto altrui (esista o meno) e di farci dominare e rassicurare da qualcuno di "superiore" (lo sia o meno) come è nella nostra natura, appunto.

Arriva Beatrice Vio e VINCE.
Vince nonostante tutto.
Vince si per la forza d'animo, ma soprattutto per il talento.
Insomma vince.
Sto mostriciattolo! Questa storpia!

   I casi sono due: o l'ammiri e basta, o cerchi di distruggerla e basta.
Perché tu senza una sola delle dita della mano destra non riusciresti nemmeno a grattarti il culo, perché alla sua età altro che "Medaglia D'oro alle Olimpiadi e Casa Bianca": non avevi nemmeno il coraggio di approcciare una ragazzina ed il massimo che potevi fare erano le pippe col PostalMarket chiuso in bagno.
Questo è il Virus denominato Postalmarket, quello che si diffonde di padre in figlio e vede la l'ammalato masturbarsi e vomitare sul cuore altrui, per mettere a tacere i dubbi e le insicurezze, per affermare puerilmente la propria esistenza.
Poi c'è chi è convinto che al posto suo avrebbe fatto pure meglio.

[Questo è la mia ipotesi più rosea perché figlia di "comprensibile frustrazione", ma ammetto di sospettare anche che molti applichino semplicemente e mostruosamente solo noia sadica, o sadismo annoiato, se volete].

Naturalmente va detto che c'è anche chi riversa l'acredine solo su quanti sono condivisibilmente "criminali, colpevoli, difettosi, incapaci, disonesti, controversi" e sono più "politicamente corretti" ma io non ho più stima di questi che dei primi.
Parlano, postano, sparlano tutti...e stanno vicini e si tengono caldo nella loro tiepida fetida brodaglia, piscio della loro stessa ignoranza.

Allora che fare? Non ho risposte.
So quel che faccio io e non calzerà proprio per tutti, ovviamente.
   Da bambina non badavo troppo a queste forme d'odio e disperazione che mi venivano spesso rivolte (o meglio ci badavo ma non ne soffrivo troppo) andavo per la mia, alla peggio commiserando la povertà di spirito e l'umana condizione dei detrattori.
Poi crescendo ho provato a fasi alterne sincero disprezzo, rabbia, disagio nel subire quei trattamenti, perchè avevo perso il dono dell'ingenuità, della tolleranza, della speranza.
Per fortuna e con impegno sono tornata a fatica sui miei passi. Merito della maggior maturità e consapevolezza acquisite con gli anni.
Non posso evitare che i detrattori facciano scempio delle virtù o dei difetti -miei o altrui che siano- in un immondo banchetto di sciacalli affamati.
Non posso evitarlo ma posso evitare che questo mi condizioni, che ferisca me o chi amo. E posso evitare di prendere parte al banchetto.
   Applicherò, per amore del fanciullino che è ancora vivo in me, la stessa legge di un tempo: sono io che comprendo voi, vittime della vostra stessa condizione di svantaggiati ignari...e cerco di farlo con trasporto senza però porgere l'altra guancia.
Quello che porgerò, se vi avvicinate TROPPO, sarà la mia mano sulla vostra faccia (metaforicamente, ovvio).
Dico questo con molta tranquillità: non è tutta colpa vostra se siete conciati così, ma è colpa vostra se continuate ad essere conciati così, dunque scaccio la tentazione di battagliare, di ingaggiare polemiche ed occupo quel poco che mi resta da vivere a cose più edificanti o -quando meno edificanti- almeno più REALI ed URGENTI.

Certo, io ho una certa età e sono "coibentata" a sufficienza, ho avuto tempo e modo di sviluppare una pellaccia dura (ma mica poi tanto, certe volte)...dunque auguro alla giovane Vio ed a tutti i teneri di cuore (lei secondo me non lo sarà molto: ha le carte in regola per dimostrare una grinta positiva non indifferente) di volare alto sopra questa immondizia strumentale. Di sforzarsi di non soffrire per le critiche e di impedire con ogni mezzo che il veleno degli altri li intossichi.
Non è facile, ma si può fare.

Forse il succo del mio discorso, che vuole essere tutt'altro che buonista, è un ovvio:
"non è sbagliato ammirare la Vio,
non è sbagliato NON ammirare la Vio,
sarebbe molto più indicato RISPETTARE la Vio (o chiunque per essa)
(ed occuparsi della propria, di vita)"

Se non lo fate, probabilmente avete contratto il Virus: siete ancora chiusi in bagno col PostalMarket.




  

martedì 13 settembre 2016

Toc Toc. (ovvero: se bussi alla mia porta non portare pasticcini ma tessere di mosaico)



   Quelle volte in cui manca una tessera, una sola, per comporre il mosaico. Già.
Ma sia tu che io sappiamo bene che un mosaico (specie se grande) resta intellegibilissimo anche con una o più tessere mancanti.
...E' questione di intuito, che diamine!
Anche unire i puntini dall'uno al trentadue, diciamo, può riuscire anche quando manca il numero 16, per esempio.
Il resto lo fa la mente, l'immaginazione.
(ce l'hai?...e quanta ne hai?)
Sicché, quando colmo d'ammirazione guardo a quanti si sforzano di risultare sempre perfetti, mi resta sempre in bocca quel retrogusto di inquietudine.
Cos'è quell'affanno?
   Perché io non riesco a provare nulla di così definito?
Io calcolo che, dovesse mancare la famosa tessera a completamento del quadro, potrei sempre osservare l'intera opera da lontano, carpendone ugualmente il significato...e se non quello, almeno comprendendone il disegno.
   E' forse un infinitesimo particolare a dare indentità ad una figura?
Forse oggi si crede così per via del glamour.
Chi sarà, poi, il genio che ha inventato il glamour?
Il glamour è quel valore aggiunto, decisamente inconsistente, quel particolare che seppur di poco conto cambia le carte in tavola trasformando un'immagine banale in qualcosa di attraente, in un obbiettivo ambito.
Basta un particolare, un marchio, un accostamento, un elemento cosidetto "di prestigio".
(ed ho detto "prestigio", non "pregio")
  Ben inteso: non che io non ne percepisca l'importanza, anzi! E' che, amico caro, forse per via della mia età o delle mie esperienze, credo che sia solo una costruzione, un'abile seducente menzogna. Qualcosa di terribilmente ben congengnato che si insinua in noi fino a convincerci.
   In definitiva, ammetto che l'attrattiva sia grande ma sono altresì convinto che sia un effetto solo "visivo", astratto, autoalimentato dalle insicurezze e dalla scarsa concezione di noi stessi.
   Come fare a meno di questa tessera, senza timore di essere imperfetti, disdicevoli, inadeguati?
Certamente non è facile, e diventa tanto più difficile quanti meno anelli ha il tuo tronco, tanto più comodo -insomma- è stato il tuo vissuto.
   Una vita di relativi agi è come un materasso confortevole, su cui ti adagi perfettamente comodo in ogni posizione.
Il materasso comodo consente disimpegno, leggerezza: come ti metti metti stai bene. Quanto più duro, infossato, scricchiolante è il giaciglio -invece- quanto più sarai costretto a cambiare posizione, a sperimentarle tutte prima di trovare quella meno scomoda. Anche così, il fosso del materasso si riprodurrà di volta in volta, obbligandoti a cercare nuove posizioni, nuove soluzioni.
(certo, si impreca, e fanno male le ossa...)
   Ecco, questo ti voglio dire, caro mio: continua ricerca, inquetudine dell'animo volta al progresso di sé, delle proprie posizioni, delle proprie convinzioni. Così e solo così si può sperimentare un adattamento alla vita degno della nostra nobile natura, che poi così nobile non è.
   Per questo, quando guardo a quanto vogliono essere perfetti sotto ogni aspetto, provo rispetto ed una certa ammirazione ma sempre penso che non sia la giusta tensione da dare alle mie corde.
Una delle mie corde deve stonare, mi deve spingere a corrucciare l'espressione conscio che l'accordo è decisamente sgraziato, incompiuto.
Come quando addenti una fetta di limone di prima mattina.
  Così potrò girare le chiavi, pizzicare ancora ed ancora le mie corde fino a che non sentirò armonia.
Esistenzialmente parlando, non esiste l'orecchio assoluto in grado di produrre e riconoscere note perfette e certamente la vita è fatta di continui ricalcoli, di ardue prove interiori. Coloro che sono alla ricerca della perfezione formale costituiscono un'interessante ma distante forma di ricerca personale, perché non riesco a persuadermi del fatto che una crescita importante passi per soli segni esteriori del suo progresso.
    Insomma osservo, osservo gli sforzi dell'apparire, oggi più che mai feroce ed ossessivo. Non mi piace, anche se in parte lo sento dentro come un virus.
Spero sempre nel mio sistema immunitario, e mi conforta vedere che al mio mosaico manchi spesso qualche tessera.
Per questo hai suonato alla mia porta ed io ti sto aprendo spettinato, incerto e con la casa molto in disordine.

mercoledì 6 luglio 2016

Un giorno buono all'inferno



   Quando hai fretta le chiavi non girano mai nella toppa.
 Se girano, non riesci a estrarle.
Se le estrai, ti cadono e se ti cadono stai pur certo che sotto di te c'è una grata.
   E' successo proprio così ed ora sono fuori di casa, fa un caldo tropicale ma non c'è il mare, non ci sono le palme, non ci sono cocchi e banane ma solo caldo, un rigagnolo puzzolente, il cavalcavia rovente e qualche platano ammalato dallo smog.
   Invece di ukulele e campanellini, sento risuonare i clacsons e non ci sono urla di gabbiani ed albatros in lontananza, ma solo quelle sprigionate da liti familiari vomitate fuori da finestre aperte su questo inferno milanese.
   Non sono preoccupato, non ne ho la forza, l'afa ti toglie anche la facoltà di arrabbiarti. So per certo che però, sempre l'afa, ha il potere di farti impazzire in un istante e senza preavviso.
Così un uomo tranquillo uscito per comprare il pane si butta sotto il tram, una massaia tra una spesa e l'altra riempe il carrello di cose rubate, qualche marito picchia la moglie, qualche vecchio perde il senno e prima spara alla moglie, poi si getta dalla finestra.
   Esagero? No, nulla è esagerato per questa città crudele.
E poi questo quartiere è una fogna. Una fogna popolata da topi umani uno contro l'altro, etnia contro etnia, colore contro colore, religione contro religione, dialetto contro dialetto, vicino contro vicino, auto contro auto.
   Tutto sembra uno scontro, e nessuno che raccolga i cocci.
Da piccolo mi dilettavo a raccogliere le monete cadute ai passanti nelle grate dei marciapiedi. Per il flipper, per il juke-box.
   Spago, un magnete estratto da qualche vecchia radio, o alla peggio un chewing-gum.
Oggi non ho né l'uno né l'altro, e sono chiuso fuori di casa.
   Quasi quasi attraverso la strada ed entro nel bar, bevo qualcosa, mi prendo un minuto per pensare.
Nessuno da chiamare, sono tutti via e nessuno ha un doppione.
Sono un idiota! Lo dico sempre che devo fare un doppione, ed ora ecco!
   Conviene non prendersela più di tanto ed aspettare. Decidere con calma.
Magari chiamo un fabbro.
Spaccherà la porta. Altri soldi da buttare.
   Intanto vado al bar.


   Il Moro è al bancone torvo come sempre e non saluta mai per primo, vallo a capire. Davanti ha un boccale vuoto e sta sempre con lo sguardo fisso nel vuoto, la barba sfatta da cui spuntano due labbra da cernia protese a dargli un'espressione da ebete.
   Mascia, la barista, è sudata zuppa. Non è propriamente una bella donna ma così tutta imperlata ha un che di laido che attizza.
Si, beh, "laido" ed "attizza" non dovrebbero stare vicini. Lo so. Forse sono malato, ma quella fronte lucida, i capelli appiccicati sul collo, la maglia bagnata sul dorso e sotto i seni....insomma ha un che di "donna di fatica", se mi capite, di donna che si suda "letteralmente" il salario.
Una così l'aria condizionata e le comodità non sa neppure cosa siano, una così verrebbe magari persino con me.
Forse il vederla così raggiungibile me la rende sexy.
Forse è il caldo, perché altro che raggiungibile: in genere a mala pena mi da retta!


Prendo una birra anche io e saluto il Moro.
Lui mi guarda con quella faccia da pesce, oggi per forza di cose bollito, e mi fa un cenno col mento. Stop. Questo è il massimo delle sue capacità comunicative.
Chi se ne frega, non ho sta gran voglia di parlare.
   Mascia sul dorso ha proprio un alone biancastro, il sale del sudore che asciugandosi emerge da quella maglietta attillata, comprata dai cinesi all'angolo. Mi piace anche quello, mi sa che devo andare a raccontarlo ad uno bravo. Sorseggio la birra, forse mi rinfrescherà le idee.
   Una di poche pretese, la Mascia, e nonostante sia sudata non puzza: una vera femmina insomma.
Non bella, ma femminile come lo è una madre mentre spiccia casa, una mondina al lavoro, una cuoca indaffarata in una cucina vaporosa e invasa dalle fragranze del cibo.
Forse ho solo una forte voglia "di casa", e non perché son rimasto chiuso fuori, se capite cosa intendo.
Forse ho solo bisogno di scopare, una volta ogni tanto.
    Va beh, per ora sono solo, stanco e senza chiavi di casa.
Però sono di buono umore e questo mi stupisce, perché non ne ho motivo.
O forse si: sono ancora vivo, vivo in questa sporca metropoli senza più ossigeno, senza più un amico come si deve e da una settimana anche senza lavoro.
   Sono ancora vivo e per ora non penso alle conseguenze. I soldi finiranno, e con ciò? Magari troverò qualcosa da fare e se no: pazienza, verrò ogni tanto a salutare quel brutto grugno del Moro ed a spiare l'andirivieni della barista.
Non è una brutta vita dopotutto, se ti adatti.
   Io mi so adattare, da sempre, non mi garba lamentarmi eppure sono un pessimista nato.
   Vedo tutto grigio, la mia sola fortuna è che questo non mi turba affatto e non mi distoglie dal mio quotidiano resistere, dalle mie voglie, dalle mie considerazioni e dal provare ancora piacere a vivere.
   Mascia saluta qualcuno appena entrato, dietro le mie spalle.
Guardo sottecchi e vedo il mio portiere: Sergio.
Un tipo che pare aver inghiottito un'anguria intera, tanto ha la pancia rotonda.    
Piccoletto, pelato, con un orologio dorato che , fosse d'oro vero, mi farebbe sospettare che il tipo ha una doppia vita. Che ne so, tipo che magari è un boss sotto copertura, che fa il portiere del palazzo dove abito solo per sfuggire alla legge ed ai boss avversari. Cose così. Forse guardo troppa tv.
E ci risiamo: scopassi di più non avrei bisogno di passare così tante sere solo sprofondato nel divano a guardare serie poliziesche.
Però tant'è. Per ora è così, e mi accontento.
E' ben più probabile che Sergio sia un poveraccio come me, né più né meno: solo con tanto cattivo gusto da tentare ancora, nel duemilasedici, un ardito riporto per coprire la crapa pelata.

   Saluto Sergio, gli offro qualcosa e lui  accetta. Non ci incrociamo mai al di fuori della palazzina. Mi chiede come va. Gli racconto la disavventura delle chiavi e lui dice "Te la risolvo io la situazione: ho il doppio delle chiavi di tutti gli appartamenti del Signor Monsalvo, dove affitti tu".
  Non mi pare vero, evviva Sergio allora, facciamo un altro giro alla salute della buona idea del Sig. Monsalvo e sono brillo.
Vado a pagare e Mascia insieme allo scontrino mi mette lì un sorriso mai visto. Non so con che coraggio le sfioro il mento e le sorrido: evidentemente sono mezzo sbronzo.
Lei mi chiede: "Dopo torni?".
Io la fisso con un'espressione che deve essere più idiota di quella del Moro.
"Beh..si, si certo"
E lei: "Ben, dai, che io stacco alle 10 e magari beviamo qualcosa altrove se ti va".
Faccio un cenno come a dire si, con le labbra corrucciate. Non mi viene altro, giro i tacchi e vado via scortato da Sergio, che viene ad aprirmi la porta.
   Ma chi l'avrebbe detto mai: è il mio giorno questo, è il mio giorno!